Riprendendo il tema delle storie da raccontare e ricordare, iniziato nello scorso post, riporto un mio articolo pubblicato sul Messaggero Veneto nell'Ottobre 2006, ispirato al mio viaggio a Parigi.
"Andando a Parigi, quest’estate, ho dimenticato il francese.
Assurdo? Eppure per la maggior parte del tempo ho parlato italiano. Con altri
italiani. Certo, molti erano dei semplici turisti, giunti come me nella ville lumière per ammirarne le
meraviglie artistiche, ma altri erano invece nostri connazionali naturalizzati
in Francia. E tra questi ultimi sono stati in tre quelli a colpirmi dritta
dritta al cuore. I loro nomi sono Michelangelo, Vincenzo e Teodoro. Tre uomini
che, se semplicemente visti passare per strada, sembrano non avere nulla in
comune, ma che dopo una chiacchierata tra una pizza e un caffè tradiscono le
stesse identiche emozioni.
Il primo di loro che incontro è Michelangelo, in un
ristorante sugli Champs Elysées. Una pizzeria, ovviamente. In realtà
Michelangelo vive a Lille ed è a Parigi per andare a trovare la figlia, e
nonappena sente me e i miei genitori parlare italiano si fionda su di noi con
le lacrime agli occhi.
“Di dove siete?” La prima cosa che domanda. Lui è siciliano,
cinquantenne, in Friuli ha fatto il militare, e ci racconta storie che ci fanno
venire quello strano dolore allo stomaco. I viaggi in treno dalla Sicilia alla
Francia stretti stretti come deportati erano per lui quasi come quelli dei
pendolari di oggi, che lavorano lontano da casa ma tornano sempre a trovare la
famiglia. Ci racconta delle soste a Genova in cui reclamavano tutti insieme
l’acqua, di come fossero nate delle profonde amicizie in quelle lunghe
traversate.
Michelangelo racconta, racconta, sembra non aver desiderato
altro per anni che incontrarci per poter rievocare quegli anni passati, quegli
anni difficili, ma comunque ricordati con nostalgia, nonostante l’ostilità
della sua situazione di immigrato. “Li abbiamo civilizzati noi ‘sti francesi!” commenta,
“Senza di noi erano ancora a Asterix e Obelix… Pensa che quando sono arrivato
qui avevano ancora i bagni fuori!”. E ancora aggiunge: “Da quando ho iniziato a
potermi permettere delle vacanze sono sempre andato in Italia. Solo un anno
sono andato da un’altra parte: mai più. Non c’è posto più bello al mondo della
mia Sicilia”.
Quando ci separiamo abbiamo i lucciconi tra le ciglia e le
sue parole nelle orecchie, ma nel caso in cui non ci fosse bastata l’emozione
provocataci da quest’oramai caro amico, ci sarebbe comunque venuto incontro
Vincenzo, incontrato da tutt’altra parte: dai lussuosi Champs Elysées passiamo
qui alla butte di Montmartre, dove
Vincenzo svolge giornalmente la sua professione di ritrattista. Ovviamente ci
viene incontro per farci un ritratto, ma noi, non interessati all’articolo,
decidiamo invece di offrirgli un caffè. E immancabilmente l’argomento di
conversazione è l’Italia. Vincenzo, parmense di nascita, sostiene di essere
proprietario di una villa enorme e di un grandissimo terreno nei suoi territori
d’origine. Ci racconta quindi di come abbia deciso di lasciare tutto perché
stufo, a suo dire, della vita che conduceva. Che questo sia vero o meno non sta
a noi deciderlo, e, francamente, non ci interessa neanche, perché è lui stesso
ad ammettere che nonostante i suoi difetti Parma gli manca, e che non c’è
Parigi che tenga il confronto. Fa un po’ lo sbruffone, ci racconta di vedere
spesso “Monica e Vincenzo” passeggiare per la butte. Vincenzo chi? Ma Vincent Cassel, ovvio! Però quando scappa
di nuovo a cercare qualche cliente (prima delle 10.30, perché poi arriva la
polizia a scacciare tutti gli artisti senza licenza, e Vincenzo non ce l’ha)
gli leggiamo negli occhi un saluto a tutti noi che abbiamo la fortuna di
calpestare questo amato ed odiato suolo italiano.
Discendendo dalla butte
in cui eravamo, a Pigalle, potrete vedere il rinomato Moulin Rouge. Proseguendo
sullo stesso marciapiede incrocerete invece un ristorante dal nome nostrano:
“La scuderia del Mulino”. E’ qui che incontriamo Teodoro, che non è un Teodoro
come tanti, ma Teodoro Biasioli, il proprietario della scuderia Biasioli, la
quale annovera tra i suoi successi anche il primissimo di Frankye Dettori,
considerato il più grande fantino del mondo. La sua incredibile storia ve la
farà leggere lui stesso dalle pagine di una raccolta del Messaggero Sardo, che
racconta la sua vita da quando è partito a 18 anni dal paese di Villacidro per
cercare fortuna in Francia.
Teodoro non ha ancora smesso le decorazioni e le celebrazioni
a quasi un mese dalla vittoria mondiale degli Azzurri. “C’hanno fatti godere!!”
sogghigna sottovoce, per non farsi intendere dai numerosi clienti francesi, che
vengono regolarmente salutati con un “Buonasera” e non “Bonsoir”. Anche i
camerieri sono tutti italiani, chi si ricorda di più la sua lingua originaria,
chi di meno, ma comunque tutti con il sorriso della nostra terra tra le labbra
e un ciao di commiato pronto per noi.
Perché ho voluto raccontare tutto questo, vi chiederete? Chiedo
scusa per questo articolo patriottico e dal sapore nostalgico, ma non ho potuto
fare a meno di riportare su carta questi incontri straordinari. Perché,
guardando questa Italia di oggi, “spaccata a metà”, come piace tanto dire ai
politici, ormai non posso fare a meno di pensare a questi signori che si sono
raccontati con la nostalgia negli occhi e l’amarezza in bocca, data dalla
grossa quantità di polvere che hanno dovuto mangiare. Non posso più fare a meno
di pensarli e dire: ecco, sono questi i veri Fratelli d’Italia."
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